Hai fatto percorsi. Hai letto, hai praticato, hai capito cose di te che prima non vedevi, e qualcosa è anche cambiato davvero. Poi c’è quel punto, sempre lo stesso, che è rimasto esattamente dov’era.
La spiegazione che arriva per prima è che non hai lavorato abbastanza, o abbastanza in profondità. Nella maggior parte dei casi che vedo non è così. Chi si porta questa domanda ha lavorato molto, e ha lavorato bene. Quello che non torna è un’altra cosa, ed è più semplice e più spostata di quanto sembri.
Qui ti racconto perché ci si può sentire bloccate anche dopo anni di lavoro su di sé, e dove si trova quasi sempre la chiave.
✦ Da tenere a mente
Sentirsi ferme dopo anni di lavoro non vuol dire aver sbagliato strada. Quasi sempre vuol dire che si sta guardando in un punto solo, e che la leva sta da un’altra parte, spesso molto più lontano di quanto sembri ragionevole.
In Sintesi
Ci si sente bloccate anche lavorando su di sé perché il lavoro, per quanto serio, si concentra dove si crede che sia il problema. E il punto in cui si sente il blocco quasi mai è il punto da cui nasce. Serve un punto di vista che dall’interno non si ha: da fuori si vede cosa regge, cosa è scarico, cosa continua a tirare. Molto spesso la chiave sta in un’area che sembrava non c’entrare niente.
Il problema non è quanto hai lavorato
Chi mi scrive con questa domanda non è una persona che si è fermata al primo ostacolo. Ha fatto percorsi, a volte per anni, ha praticato con costanza, si è messa in discussione sul serio. E la frase con cui arriva somiglia quasi sempre a questa: sto facendo tanto lavoro su di me, e continuo a ritrovarmi allo stesso punto.
La prima spiegazione da togliere di mezzo è proprio quella più diffusa, cioè che non sia stato fatto abbastanza. Regge di rado. Chi arriva a formulare quella domanda ha già dimostrato la costanza necessaria: se le fosse mancata, quella domanda non se la porrebbe più.
Quello che non torna non è la quantità del lavoro. È la direzione.
Si lavora su ciò che si crede sia il problema, e spesso ci si lavora anche bene. Il punto è che quella convinzione l’abbiamo costruita noi, con quello che riuscivamo a vedere in quel momento, e guardare il proprio sistema dall’interno ha un limite naturale: si vede quello che si è già in grado di riconoscere. Il resto non si presenta come una domanda aperta. Non si presenta affatto.
Ecco perché si possono accumulare anni di percorsi utili e restare esattamente sulla stessa soglia. Non sono stati sbagliati i percorsi. È che sono stati portati tutti nello stesso punto, e quel punto non era quello che teneva ferma la situazione. Succede lo stesso con gli stati interiori che continuano a ripresentarsi: tornano non perché non si sia fatto niente, ma perché la cosa che li alimenta non è ancora stata toccata.
Ci si convince del proprio limite, e la ricerca si ferma
C’è un passaggio, in questa storia, che è quello che mi dispiace di più vedere. Dopo un po’ che si prova senza che si muova niente, la spiegazione si sposta dalla situazione alla persona. Non è più questa cosa non si è ancora sciolta, diventa io sono fatta così.
Da lì la ricerca si chiude, e si chiude con una motivazione che sembra sana: l’accettazione.
Accettarsi per come si è è giusto, e resta giusto anche qui. Nessuno deve snaturarsi per corrispondere a un’idea di sé più presentabile, e chi promette di trasformarti in un’altra persona sta vendendo qualcosa. Ma accettazione e rassegnazione da fuori si somigliano moltissimo, e sono opposte: la prima ti lascia le mani libere, la seconda te le lega e ti dice che è saggezza.
La differenza si vede da una cosa sola. L’accettazione riguarda chi sei. La rassegnazione riguarda un blocco, e un blocco non è chi sei: è qualcosa che porti.
Su questo ho una posizione netta, e viene da quello che vedo muoversi nelle sessioni: con impegno e costanza i blocchi si migliorano, e poi si sciolgono. Non tutti con la stessa velocità, non tutti nello stesso ordine, e non sempre nel modo che ci si aspettava. Ma io sono così, quasi sempre, non descrive un limite. Descrive il punto esatto in cui si è smesso di cercare.
Quello che sembra lontano è spesso la leva
Nella misura sul campo energetico c’è una cosa che si ripete così spesso da essere diventata, per me, uno dei segnali più affidabili: la chiave di sblocco sta quasi sempre dove non si sta guardando. E non di poco. A volte è un’area che, raccontata a parole, sembra non avere niente a che vedere con il problema portato.
Immagina una pianta che non cresce. Le foglie ingialliscono, e tu la innaffi. Fai bene: l’acqua serve, alle piante serve davvero. Solo che quella pianta sta in un angolo dove la luce non arriva. Puoi innaffiarla per mesi, con cura e con costanza, e continuerà a ingiallire. Non perché innaffiare fosse sbagliato. Perché quello che le mancava stava scritto in un’altra riga.

Il lavoro su di sé si comporta allo stesso modo. Quello che hai fatto in questi anni non è tempo perso, e quasi sempre ha prodotto risultati veri su altri piani. Ma finché non si tocca la cosa che manca davvero, quella specifica, il punto fermo resta fermo. E dall’interno è quasi impossibile individuarla, perché è per definizione la cosa che non ti è mai venuto in mente di guardare.
È il motivo per cui, nel modo in cui lavoro, quasi tutto dipende dalla misura iniziale e non dalla tecnica. Prima si guarda il sistema intero, senza decidere in anticipo dove sia il problema: cosa regge, cosa è scarico, cosa arriva dalla linea familiare e cosa invece è tuo. È il senso della guida completa ai blocchi energetici, dove spiego come si formano e dove si annidano. Molto spesso quello che emerge non è la cosa per cui la persona mi aveva scritto, ed è proprio quella che, una volta sciolta, muove anche tutto il resto. Anche il corpo, a volte, lo stava già dicendo in un punto che nessuno collegava.
Come vivo questo lavoro
✦ La voce di Mario / Elmer
Se una cosa ti dà ancora fastidio dopo tutti questi anni, per me quello è il segnale migliore che ci sia.
Quando qualcuno mi dice che ha provato di tutto e sta per smettere, quello che gli rispondo è sempre la stessa cosa: non rassegnarti, e continua a cercare. Non è incoraggiamento generico. È che il fatto stesso che la tua attenzione sia ancora lì è un campanello importante. Le cose davvero chiuse non chiamano più. Se quella continua a chiamare, vuol dire che c’è ancora qualcosa che chiede di essere guardato, e che una parte di te lo sa già.
Poi è vero che la chiave giusta non si trova subito. Capita anche a me di doverla cercare, di provare una direzione e vedere che non era quella. Ma ci si arriva, quasi sempre. La differenza tra chi ci arriva e chi no non è la gravità del blocco: è che una persona ha continuato a cercare, e l’altra si era convinta di essere arrivata al capolinea.
Da dove si riparte quando hai già provato tutto
Se ti riconosci in quello che hai letto, la prima mossa non è cambiare metodo. È cambiare punto di osservazione.
Un modo per iniziare, da sola, è smettere di dare per scontato dove sia il problema. Scrivi la domanda che ti porti da più tempo, e poi scrivine una seconda accanto: e se non fosse lì? Non serve trovare la risposta subito. Serve riaprire una porta che si era chiusa, e che si era chiusa proprio mentre credevi di aver capito.
Il resto è una misura, e va fatta da fuori. È il lavoro che faccio con il Check-Up Energetico: si guarda il sistema per intero senza partire dall’ipotesi che hai già in mano, e si vede cosa è scarico, cosa regge e cosa continua a tirare da un’altra parte. Da lì si capisce anche da dove nasce davvero il disagio, che è quasi mai dove lo si stava cercando.
C’è una condizione, e riguarda te, non il metodo. Io indirizzo il lavoro, ma non lo faccio al posto tuo: se una persona viene alla sessione e poi non partecipa, il flusso si ferma, e dove potremmo arrivare a dieci arriviamo a due. È l’unica cosa che chiedo. Ed è anche l’unica che tu hai già dimostrato di avere, visto che sei arrivata fin qui continuando a cercare.
Domande frequenti su come sbloccarsi quando si lavora già su di sé
Quando il pendolo non risponde
La guida gratuita: le cause, e come si fa una domanda a cui può rispondere. Otto pagine in PDF, con il registro delle prove da stampare. Ti arriva subito per email.
IL PROSSIMO PASSO
Il primo passo
Il primo passo è capire chi sei e cosa stai attraversando. Il resto viene dopo. Se senti che è il tuo momento, si parte da lì: cosa regge, cosa è scarico, e da quale punto conviene muovere per primo.
